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Il Beato Padre Luigi Maria Monti, è una ‘splendida figura di consacrato laico, di religioso, di apostolo della carità, che l'ardente amore per la Vergine Immacolata condusse a servire in modo eroico Cristo nei giovani, nei poveri e nei sofferenti’ (Giovanni Paolo II).

Egli nacque a Bovisio Masciago nell’alto milanese, il 24 luglio 1825.

In gioventù decise di consacrarsi a Dio, e cominciò a radunare attorno a sé alcuni coetanei, artigiani e contadini, realizzando nella sua bottega di falegname un oratorio serale per formare una comunità di fede, chiamata dalla gente ‘La Compagnia dei Frati’. 

Essa divenne fermento spirituale per l’azione benefica che svolse in favore dei poveri e dei malati del paese. 

Luigi lavorò poi da apprendista falegname a Cesano Maderno (MI) ove incontrò don Luigi Dossi, che divenne sua guida per un lungo tempo della sua vita.

La ‘Compagnia’fu denunciata alle autorità austriache, con calunnie di cospirazione politica.

Il Lombardo-Veneto era allora soggetto all’Austria. Il Monti e quindici suoi compagni furono incarcerati per 72 giorni a Desio. Prosciolti per infondatezza dell’accusa, il Monti si impegnò ancor di più, come laico consacrato, a dedicare il suo tempo alla gioventù.

Nel 1851 entrò nella Congregazione dei Figli di Maria, fondata dal Ven. Ludovico Pavoni per educare la gioventù bisognosa; si dedicò anche allo studio della piccola chirurgia e della farmacia e nel 1855 si mise a servizio dei malati di colera come infermiere volontario nel lazzaretto di Brescia, dando prova di eroica carità.

Nel 1857per mandato del suo direttore spirituale si recò a Roma, nell’ospedale di Santo Spirito, per fondare una Congregazione rivolta all’assistenza ospedaliera ed all’educazione dei ragazzi bisognosi

Questa si diffuse prima in Roma e poi nell’alto Lazio: Orte, Civita Castellana, Nepi e Capranica.
 

Il Monti, infermiere, non smise di studiare e di apprendere l’arte medica. 

A completamento della sua esperienza e dei suoi studi, ottenne dall’Università di Roma il titolo accademico di ‘flebotomo’, con facoltà di interventi anche in campo odontoiatrico.
Nell’ospedale civile di Orte (VT), operò per circa dieci anni lasciando una testimonianza di donazione di sé e di alta professionalità, manifestando doti straordinarie di organizzatore, in favore di ogni ceto sociale.

Nel 1886 si riportò a Saronno (VA), in Lombardia, ove sviluppò la sua vocazione giovanile di educatore: accolse orfani di padre e di madre, e per essi organizzò scuole professionali. 

La Casa di Saronno divenne un "laboratorio educativo", nel quale ogni ragazzo poteva crescere e sviluppare le proprie capacità, fino a raggiungere la maturità e l’autonomia personale, per ben inserirsi nella società.
Il Ven. Luigi Monti spese le sue ultime energie umane e spirituali nel formare i suoi religiosi più giovani, perché acquisissero il suo spirito e le competenze atte a rispondere al bisogno profondo dell’uomo in difficoltà di sentirsi accolto e curato.

Trascorse i suoi ultimi giorni di vita a Saronno dove si spense il 1° ottobre 1900.

Qui sono conservate le sue spoglie mortali, nell’istituto che ha preso da lui il nome.

 

LA CONGREGAZIONE DA LUI FONDATA

I Figli dell’Immacolata Concezione formano una Congregazione religiosa (in sigla CFIC) di diritto pontificio, fondata da Luigi Maria Monti, che ha lo scopo di testimoniare l’amore di Cristo per gli uomini, dedicandosi alla cura degli infermi e alla educazione della gioventù orfana, abbandonata e bisognosa di assistenza.
La Congregazione è composta di religiosi laici e di religiosi sacerdoti per attuare in modo completo la sua missione specifica. I membri vivono in comune la stessa regola con parità di diritti e doveri e si chiamano Fratelli.
La Congregazione è presente in Italia, Argentina, Bolivia, Perù, India, Cameroun, Guinea Equatoriale, Congo (ex Zaire), Costa D’Avorio, Stati Uniti, Canada, Brasile, Corea del Sud, Filippine, Albania.

 

L'ASSISTENZA OSPEDALIERA

La Congregazione attua l'assistenza ospedaliera in senso completo con religiosi medici, infermieri, tecnici delle varie specialità e cappellani, ma accetta anche la prestazione parziale in particolari settori dell'attività ospedaliera. La cura degl'infermi si rivolge ad ogni forma di sofferenza.
Le Opere ospedaliere della Congregazione sono aperte a tutte le categorie di persone specialmente le più povere, e sono adeguate alle esigenze del progresso sanitario e scientifico.
I Fratelli impegnati nell'opera ospedaliera, in base all’insegnamento del fondatore, sanno che la sofferenza è l'occasione in cui l'uomo rientra in se stesso e può più facilmente incontrarsi con Dio, e che il malato però non va forzato, ma deve essere delicatamente consigliato, aiutato con bontà, nel rispetto delle sue convinzioni.
Sempre alla luce della testimonianza del Padre Luigi Monti, la Congregazione si è data questi fondamentali indirizzi:
"I Fratelli medici intendano ed esplichino la loro professione come un vero apostolato per la salvezza delle anime oltre che per la salute dei corpi, sull'esempio di medici santi che onorano la Chiesa e la scienza. Al contatto umano e cordiale col malato e i suoi familiari, sappiamo congiungere la testimonianza e la parola della fede, per creare nel loro animo una personale apertura a Dio.
I Fratelli infermieri, preparati con serietà e impegnati a migliorare il proprio livello professionale, si accosteranno agli infermi per sollevarli dalle loro pene e per alleviarne con amore le sofferenze. Sappiano con religiosa bontà aprire l'animo dei malati ai valori spirituali ed impegnarli all'apostolato della sofferenza come membra attive della comunità ecclesiale.
Uno stesso entusiasmo animi il sacerdote, il medico e l'infermiere per la stessa missione, in collaborazione unitaria. Ricordino che se anche una diversa preparazione li differenzia, essi si trovano ad un unico impegno in cui uno ha bisogno dell'altro.
I Fratelli medici, infermieri e sacerdoti uniti tra loro e con i sofferenti dal vincolo della carità e animati da sincero spirito apostolico, diano una costante testimonianza di quella carità di cui Cristo ha dato sublime esempio.
E' necessario realizzare nell'ospedale il senso della comunità ecclesiale, rendere spiritualmente idoneo l'ambiente in cui gli infermi sono ospitati, con un lavoro d'apostolato comunitario tra religiosi e laici.
Il personale sanitario, infermieristico e subalterno deve essere un fermento attivo per la creazione di un clima favorevole alla serenità del paziente e all'edificazione dei familiari".

 

L' ATTIVITà EDUCATIVA

L' attività educativa nella Congregazione viene attuata con la migliore completezza formativa e organizzativa per mezzo di religiosi preparati all'educazione e all'insegnamento. Anche in questa attività la testimonianza del fondatore è stata trasfusa nelle Regole che la CFIC si è data: "L'Opera educativa abbia una struttura ambientale e organizzativa adatta ai tempi, ai luoghi e aggiornata ai criteri e metodi suggeriti dal progresso della pedagogia e della psicologia.
Elemento caratteristico di un'azione educativa è dar vita ad un ambiente permeato dallo spirito evangelico di libertà e carità, allo scopo di realizzare un'educazione di tipo familiare.
I Fratelli educatori custodiscano i giovani loro affidati come un deposito santo e prezioso, li amino trattandoli con rispetto e gentilezza. Si dedichino alla loro educazione con impegno studiandosi di formare gli alunni al senso religioso della vita e alla pratica delle virtù umane, sociali e cristiane.
Si terranno al corrente dei problemi didattici e pedagogici, favorendo il vicendevole scambio di esperienze.
I Fratelli dediti all'educazione e all'insegnamento si preparino alla loro missione per essere forniti di scienza sia profana che religiosa e ampiamente esperti nell'arte pedagogica più aggiornata. Uniti tra loro e con gli alunni dal vincolo della carità e ricchi di spirito apostolico, diano testimonianza sia con la vita sia con la dottrina all'unico Maestro, che è Cristo.
I fanciulli e i giovani devono essere aiutati a sviluppare armoniosamente le loro capacità fisiche, morali e intellettuali, ad acquistare gradualmente un più maturo senso di responsabilità nella ricerca della vera libertà. Devono anche ricevere man mano che cresce la loro età una positiva e prudente educazione sessuale.
I giovani siano avviati alla vita sociale in modo che, forniti dei mezzi ad essa necessari e adeguati, possano attivamente inserirsi nelle diverse sfere dell'umana convivenza, siano disponibili al dialogo con gli altri e contribuiscano all'incremento del bene comune.
Gli educatori, una volta terminata la carriera scolastica dei loro alunni, continuino ad assisterli con il consiglio e con la loro amicizia, anche fondando associazioni di ex-alunni, animate da vero spirito ecclesiale".

 

Figura di un Fratello “santo” – presentato dalla Delegazione nordamericana

 

PICCOLI GRANDI FRATELLI

 

 

Fratel Bonifacio Pavletic

della Congregazione dei Figli dell' Immacolata Concezione

 

CENNI BIOGRAFICI DI FRATEL BONIFACIO PAVLETIC

Ivan Pavletic nacque il 25 giugno 1864 sulle sponde del fiume Ilova a Zbegovaˇca (Croazia), terra di eroi difensori della fede cattolica e della patria.

Battezzato lo stesso giorno della nascita nella parrocchia di Kutina, diocesi di Zagabria, visse la sua fanciullezza nell’alveo delle più sane tradizioni cattoliche in una famiglia agiata, di prestigio e ricca di fede. A undici anni, nel giro di trenta giorni, perse i genitori. La prova non turbò la sua fede. Lo zio Vincenzo divenne la sua guida e la sorella Rosa, la primogenita, fu per lui la sua seconda mamma. Ebbe un’ambizione grande: studiare medicina.

Comprese però che era pura velleità in una regione senza centri di studio. Dirà nella maturità della sua vita: “Ma si vede bene che il Signore non ha voluto. E ne lo ringrazio infinitamente, perchè a quest’ora chissà dove io sarei. Forse la superbia e l’ambizione mi avrebbe fatto trascurare e perdere la salute dell’anima mia”. Seguì la via obbligata per tutti i ragazzi di quel tempo, in quella regione. Dopo aver frequentato i corsi della scuola popolare, divenne pastorello del piccolo gregge domestico. Il piccolo Ivan passava i giorni in un’amara infinita solitudine, sentendosi attratto da Dio. Si volgeva verso il lontano campanile di Kutina e adorava Gesù nell’Ostia santa che non poteva adorare nella chiesa e... sfogliava il suo libretto di preghiere che portava sempre con sè. Proprio per poter partecipare alla celebrazione dell’Eucaristia tutti i giorni, accettò con gioia la proposta  dello zio Vincenzo di imparare il mestiere di calzolaio a Kutina, ove si trasferì, e dove poteva recarsi tutti i giorni a partecipare alla S. Messa. Nacque in lui il sogno di visitare Vienna, la capitale dell’Impero austro-ungarico nel suo pieno splendore politico, culturale e religioso. A 22 anni attraversò la Slovenia e si recò a Graz nella Stiria, territorio austriaco. Qui s’iscrisse nella “Società Cattolica dei giovani operai”, apprezzandone le iniziative religiose, dal momento che era molto riflessivo, amante del silenzio e della preghiera. Nel circolo incontrò un giovane moravo, Alberto Müller, che proveniva da Vienna e pensava di andare a Roma per realizzare la sua vocazione di consacrazione.

Ivan non aveva mai sentito parlare in concreto di vita consacrata a Dio ma, pur senza esperienza di essa, aspirava a realizzare la sua indefinita vocazione di consacrazione. Per questo aveva promesso al Signore di essere casto ritenendo l’amore di Dio come amore esclusivo. Scrisse nel suo libretto di appunti «26 dicembre 1885: Ho fatto il proposito di conservare la castità».

I due giovani trascorsero insieme cinque mesi e la loro amicizia sfociò in un patto per la vita. Ivan disse ad Alberto: «Tu ora parti per Roma, quando avrai trovato “il convento” chiamami».

Alberto fu fedele. Trovò nel quartiere di Trastevere la casa generale dei Figli dell’Immacolata Concezione e vi si stabilì, accolto dal beato Luigi Monti, fondatore e padre generale della Congregazione, e affascinato dal suo carisma di carità. Alberto si ricordò dell’amico. Fece presente l’aspirazione alla vita consacrata dell’amico Ivan e da Roma giunse la chiamata. Ivan fu veramente di una radicalità evangelica nei suoi propositi. Lasciò tutto in mano ai parenti e partì per Roma, con il proposito fermo di non ritornare più al suo paese. E fu così. Non fu più Vienna la sua meta, ma Roma, la città dei primi cristiani, dei martiri della fede.

Nel 1887 aveva 23 anni quando si presentò nell’ospedale di Santo Spirito in Sassia. Il Monti si accorse subito di aver accolto un giovane di ottime virtù e alla vestizione dell’abito lo segnò con il nome di Bonifacio, in ricordo di Fr. Bonifacio Junker, religioso tedesco, da poco morto in concetto di santità, dopo solo cinque anni di vita consacrata.

Furono dieci gli anni di vita religiosa di Bonifacio, tutti trascorsi in Italia. Anni di gioventù dedicati a Dio e al prossimo. Morì a trentatré anni a Roma, nella casa da dove era partita la chiamata di Dio. Qui avvertì anche l’ultimo appello: vivere tra i santi nella visione di Dio. Come religioso testimoniò l’amore di Dio, essenza della santità. Iniziò nell’ospedale di Santo Spirito. Mentre studiava la spiritualità del carisma caritativo di p. Monti, accudiva ai servizi generali della comunità. La notte, espletava un turno nell’ospedale ove facevano capo pazienti affetti da tutte le patologie. Dal momento che serviva alla comunità un calzolaio, fu invitato a perfezionare il suo mestiere da un esperto in materia. Umilmente obbedì. Come tale fu mandato a Saronno per essere lui maestro professionale di calzoleria agli orfani. Con la sua arte istillava in quei giovani la fede, l’amore e tanta speranza per il futuro. Ritornò a Roma, chiamato a vivere con le giovani reclute della Congregazione. Il testo delle Costituzioni era facile ad essere studiato, difficile a viverlo. Il Fondatore pose davanti ai novizi Bonifacio, perché apprendessero a vivere la regola non da farisei, non da conformisti apatici, ma da amanti di Dio Santo, che vuole tutti santi, che sanno anche nel piccolo dare gloria a Dio. Aveva 30 anni quando si scoprì la patologia, una tubercolosi polmonare laringea, che lo portò alla morte, dopo tre anni di sofferenza. Bonifacio continuò la sua testimonianza di amore nella comunità dei novizi, come se nulla fosse. Sempre presente, adoratore del Sacramento dell’Eucaristia, obbedientissimo alle Costituzioni, la “Magna Charta” della sua vita. La Regola era diventata in lui la forma di vita. In essa vedeva la volontà di Dio, fonte della sua serenità interiore. Bonifacio può dirsi a ragione un autentico modello di vita evangelica per i giovani: fu forte  nelle prove della vita, perseverante negli ideali, umile lavoratore nella gioia di dare un servizio, fedele al carisma di carità. Egli è stato un vero adoratore di Dio e della sua volontà. Seppe trasmettere costantemente ai giovani e ai giovani religiosi la sua tensione spirituale verso Dio. Una tensione che gli aveva dato tanta gioia, fino al giorno della sua morte, avvenuta in Roma il 4 novembre 1897. Così scriveva allo zio otto mesi prima della morte, pur straziato dalla malattia che non gli permetteva neppure di esprimersi: «Voi non vi potete immaginare quanto sono contento di stare qui nel convento. Iddio mi ha dato la gran grazia, e ne sia ringraziato».

Parole che valgono un testamento spirituale che supera il tempo.

 

 

Padre Emilio Maroni

Questa mia breve riflessione, basata più su esperienze personali che dati storici vuole mettere in luce la Figura di padre Emilio Maroni, nato a Prè di Molina di Ledro il 19 giugno 1913 (TN) e  morto a Cantù il 24 marzo 1984.

Leggiamo dal necrologio: “Vestì l’abito della Congregazione nel 1929. Fu insegnante intelligente ed aperto, per diversi anni, a Cantù ed in altre opere della Congregazione. Fu ordinato sacerdote nel 1956. Fu religioso e sacerdote ricercato da ogni ceto di persone per la semplicità e la grande umiltà con cui comunicava una vera santità di vita.”

 

Noi lo ricordiamo come colui che ha iniziato nella Congregazione le attività in favore dei disabili. Lo ha fatto all’inizio degli anni sessanta ad Erba, nella prima casa dedicata a giovani con disabilità.

Oggi abbiamo molte opere che coprono questo servizio e padre Emilio può essere considerato  il  padre del servizio dei Fratelli Montiani fatto a vantaggio  dei bambini disabili.  Egli si  pone, accanto alla figura di padre Monti, del dottor Stablum e di tanti altri, nella schiera di coloro  che ci hanno preceduto con atteggiamento caritativo e creativo.

Padre Emilio era un uomo semplice e generoso e nello stesso tempo molto pratico.

Quando la scuola apostolica si spostò da Erba ad Arco egli, che già era in contatto con Don Monza e la Signora Spreafico, chiese di utilizzare lo stabile per accogliere giovani con deficit che non potevano più stare nelle case dell’ Opera La Nostra Famiglia di Bosiso Parini fondata dallo stesso don Monza.

Avuto il permesso iniziò la sua attività  con spirito avventuroso  e  capacità creativa. Il suo cuore generoso lo portò ad interessarsi poco della capienza e, nello stesso tempo, a comprendere che, con molta pazienza e dedicazione, la maggior parte di quei giovanotti poteva apprendere semplici capacità  professionali che avrebbero permesso loro di inserirsi nella società del lavoro. Il suo servizio nascava dalla ferma convinzione che in tutti  c’era una sufficiente capacità lavorativa e sociale.

Maria di Nazareth vide la mancanza del vino durante le nozze in Cana e in modo sublime  trovò la soluzione che umilmente lasciò al Figlio. Padre Emilio vide una neccessità, trovò la soluzione e la affidò alla Congregazione. Maria propose e Gesù trasformò l’ acqua in vino. In questo modo egli non ruppe  il protocollo della festa basato sul rapporto cerimoniere e sposo ma vi immise  un elemento nuovo: il vino migliore che porta alla gioia. Padre Emilio non ruppe la relazione carismatica tra l’ assistenza agli ammalati e la cura dei giovani bisognosi ma vi immise un elemento nuovo che porta più unione dialettica fra i due campi carismatici: la presa in carico della persona disabile. Questa apertura carismatica non fu capita  da tutti . Mi ricordo che un altro santo confratello, Padre Carlo Neri, continuava a dirmi che il servizio alla persona disabile non apparteneva al nostro carisma bensì ai figli di don Calabria e a quelli di Don Guanella.

Egli esprimeva la sua semplicità con un sorriso e la capacità di ridere di se stesso chiamandosi “El Mili pastizon” , espressione che usava spesso, specialmente quando il superiore gli chiedeva di dire no alle continue richieste di aiuto dei parroci del Canturino. C’ era un piccolo problema: lui non conosceva la parola no, sapeva solo dire si.

Usò questa naturale semplicità per  sensibilizzare le persone al nostro carisma e promuovere in loro il  volontariato e la generosità.  Ormai anziano mentre era in Cantù si offriva generosamente alle richieste dei parroci locali ma utilizzava il contatto con le persone per poter crearee anche in quella città un servizio di volontariato alla disabilità. La sua azione fu efficace ed infatti nei primi anni ottanta egli promosse la Cooperativa il Gabbiano che aveva come scopo iniziale l’accoglienza lavorativa di soci disabili e come traguardo finale il loro inserimento nel mondo del lavoro. Ben presto questa struttura divenne un centro di formazione al volontariato che continua ancora oggi, anche se in una struttura che non appartiene alla Congregazione.

Voglio sottolineare solo due momenti della sua vita. Poche settimane prima di morire la Città di Cantù offrì  a lui il premio di cittadino modello per il suo impegno sociale. Assieme a lui vi era il Signor Allievi, un personaggio dello sport italiano perchè presidente e padrone della locale squadra di pallacanestro che in quel tempo giocava ad altissimi livelli. Padre Emilio fu il vero protagonista di questo evento che attirò molte persone

Quando “El Mili” seppe del premio non volle accettarlo perchè non si sentiva degno e  si convinse solo perchè vide in quell’  onorificenza un premio per  la Congregazione e la cooperativa che lui aveva fondato.

Nell’ occasione della premiazione lui chiese ed ottenne la parola esprimendo in pochi minuti ed in modo efficace la sua dedicazione alla vita degli altri. Sottolineò chiaramente che accoglieva il premio non perchè degno ma solo per ringraziare ed onorare tutti coloro che lo avevano aiutato con la generosià e lo avevano spinto a diventare generoso a sua volta. Espresse la convinzione di essere solo colui che doveva fare il raccolto su un campo che non si sentiva di avere seminato (immagine paolina che si trova nella prima lettera ai Corinzi. In altre parole espresse lo stesso concetto di padre Monti nel momento della morte:” io sono un povero illetterato..usato dal Signore”

A quel tempo,  ancora abbastanza giovane,  ero tra coloro che si erano occupati  della claque. Il nostro battere  le mani all’inizio fu alquanto goliardico ma ben presto si trasformò in una azione convinta e commossa. Accanto alla gioa ed al nostro gridare Mili...Mili....c’era la certezza di vivere con un fratello di grandissima personalità  e la certezza che lo avremmo perso,  non  più ascoltato, perchè il tumore al pancreas, allora come oggi, lascia poche speranze.

Infatti,  dopo essere stato operato nel 1982 per un ittero che lo aveva reso gialloneo, cominciò il suo calvario che lo portò ad altre operazioni fino alla certezza della malattia. Quando non visto Padre Emilio camminana piegato per il grande dolore ma appena lo si incontrava si ereggeva ritto come se il dolore non esistesse. Nonostante la sua situazione fisica continuò a donarsi ed essere- apparire il Mili pastizon e generoso.

La grandezza di un uomo si vede nel momento della morte. Lo dimostra il Cristo e tanti suoi discepoli. Ricoverato all’ ospedale di Cantù, mentre noi piccoli uomini ci chiedevamo se fosse giusto dirgli chiaramente quello che gli stava succedendo e ci domandavamo chi avesse avuto il dovere di  chiarire la verità, egli si avvicinò alla morte con molto coraggio e serenità.

La sera del 23 marzo cominciò a vomitare parte del suo corpo martoriato e fu dimesso e condotto a casa.

Una lunga notte, una delle più signifative della mia vita ci attendeva. Ritornato a casa lo vegliammo tutta la notte e quando si risvegliava dal torpore che precedeva la morte ci guardava e come disturbato da tanta  attenzione,  ci invitava ad andare a dormire: “ non state quì con me, domani avete da lavorare con i ragazzi, andate a riposare....”

Il Cristo sulla croce pensa alla Madre ed al discepolo, dona il su spirito come ultimo gesto di amore. Padre Emilio, inchiodato sulla croce del cancro pensa e si preoccupa del nostro riposo, generosamente era vissuto e generosamente mori...pensando agli altri.

Il suo funerale fu una grande festa in cui le lacrime si mescolavano al sorriso. El Mili ci aveva lasciato, el Mili era ancora con noi, in noi perchè unito all’amore di Dio che ci crea e ci contiene.

 

RICORDO di PADRE EMILIO MARONI (a cura di Carlo Gentili)

Ho avuto la fortuna di conoscere Padre Emilio Maria Maroni nel 1959 a S. Marinella in via Rucellai, in un villino che accoglieva circa 30 ragazzi tra i quali il sottoscritto.

Posso assicurare che che era un padre per tutti noi; era una persona amabile e mi ha insegnato tantissime cose, tra cui l'amore per la Santa Immacolata Concezione.

Sono trascorsi quasi 50 anni e lo ricordo con tantissimo affetto e devozione e non ho mai dimenticato quel suo sguardo luminoso, gioioso e il suo sorriso rassicurante.

Mi farebbe tanto piacere vedere qualche sua fotografia.

Questa sera recitando il S. Rosario mi sono soffermato a lungo a ricordare la sua immagine.

 

 

 

FRATEL AMBROGIO IDELCHI

 

Premessa

Presentare un Fratello per Provincia è certamente un modo di parlare di santità vissuta e rappresentata. Non c’è bisogno di ‘santini’ da consegnare, ma certamente la consuetudine a tenere nel Breviario ‘ricordini’ di Confratelli è un segno dell’apprezzamento e del ricordo vivo che essi hanno lasciato in ciascuno di noi. Anche solo ricordarli nelle nostre preghiere è un atto di imitazione non di poco conto.

La Provincia Italiana, nella sua secolare storia, annovera non solo il Beato Fondatore e il Servo di Dio Emanuele Stablum, come evidenti ed eminenti figure di santità, ma c’è una storia che evidenzia tantissimi Fratelli santi, fin dalle origini. L’elenco è lungo.

Nel dover scegliere, mi è tornato in mente una espressione ascoltata da giovane religioso: ‘vecchio concettino’ e ‘santo fratello’. Con la prima si identificavano religiosi incarogniti nel carattere e nello stile, spesso in ostilità con i Superiori. Con la seconda espressione veniva indicato un religioso che esprimeva il vero spirito del Fondatore ed interpretava quotidianamente le tradizioni della famiglia religiosa.

Tra questi ‘santi religiosi della Congregazione’ voglio ricordare i ‘non blasonati’, quelli che portano il nome di Benigno, Martino, Miguel, Terenziano, Bruno, Matteo, Fausto, Gabriele, Cristoforo, Olimpio, Enrico, … per citare quelli che ricordo…

Tra questi voglio ricordare in modo particolare Fratel Ambrogio Idelchi.

 

AMBROGIO IDELCHI (17 ottobre 1901-11 giugno 1996)

Religioso semplice e docile, servizievole e gioviale, trascorse buona parte dei suoi 75anni di vita religiosa al servizio dei sacerdoti nell’ospizio ecclesiastico ‘Centro Preti’ di Roma. 

Poi fu incaricato di tanti umili uffici nella casa generalizia fino al 1988, quando fu trasferito, per ragioni di salute, a Capranica, dove morì. Qui riposa (dal Necrologio).

Semplicità e docilità, servizio e gioia. Parole che racchiudono una vita, quella di un bolognese spurio, infiltrato chissà come, tra lombardi e romani. Un orfano, come tanti, che ha saputo essere accolto da una famiglia religiosa e che ha saputo accogliere a sua volta.

E’ nell’atto di accogliere che lo raffiguro nel racconto ‘I Romanelli’: Un piccolo frate, con un grembiule sporco di cucina, si affacciò e, attraverso spesse lenti, sbirciò, mise a fuoco e poi con un largo sorriso disarmò ogni timore nel cuore dei fratellini. ‘Entrate, entrate!’ – e subito da una remota tasca uscirono delle piccolissime caramelle rotonde e piatte. In un attimo furono scartate e portate in bocca, avidamente.

Una ricostruzione fantasiosa, ma che coglie due elementi caratteristici: lenti spesse sugli occhi e un largo sorriso disarmante.

Con Ambrogio vorrei ricordare una generazione di religiosi cosiddetti ‘concettini’, espressione per descrivere uno stile e un modo dell’esser frate in Congregazione. Religiosi, in pratica, inquadrati dentro un progetto comunitario ben definito, dove ognuno svolgeva un compito ed eseguiva quello che sapeva fare, rendendosi utili nell’economia di un’opera. Compiti e ruoli vissuti con serenità, con squisito spirito di servizio, con giocosità e positività, abbarbicati al pilastro fondamentale di mettere in pratica volentieri quello che il Superiore, o Priore, diceva.

Religiosi ‘laici’ inseriti in una comunità veramente ‘con parità di diritti e doveri’, dove il prete era uno solo ed aveva la funzione spirituale di collante, di richiamo spirituale, di celebrazione dei sacramenti, di servizio dentro un contesto ben preciso e chiaro per tutti.

E la comunità si caratterizzava dal lavoro e dalla fraternità, ritmi che passavano dalla chiesa alla sala da pranzo come appuntamenti quotidiani di riferimento. Una campanella segnava i tempi.

In Ambrogio, come negli altri Fratelli, dominavano: la semplicità e il riserbo, virtù sublimi che si traducevano nel non criticare, tanto meno nel parlar male di alcuno. Anzi ne provavano fastidio, quando qualcuno si comportava così. E nella peggiore delle ipotesi tacevano, tanto erano animati dal rispetto verso tutti.

A queste virtù dominanti possiamo aggiungere il saper instaurare una buona relazione, dove anche lo scherzo e la presa in giro non trasbordava in cattiveria.

Si diceva che era (erano) un’anima candida, che godeva delle discussioni, pregava molto, ed offriva preghiere a chi le richiedeva. Era ricorrente la promessa: ‘un Tributo per te’, oppure ‘un rosario, una comunione, una visita in chiesa,…!’. Insomma una memoria costante dei bisogni altrui, davanti al Signore e ai santi Patroni: l’Immacolata e San Giuseppe.

Una prima sottolineatura che posso fare è lo spirito comunitario che questi fratelli vivevano e trasmettevano con gioia e santa letizia, pur nelle birichinate di qualcuno un po’ più audace. Un’identità che dava a tutti un senso e un ruolo, un’importanza e un’utilità, uno spirito di partecipazione e devozione, dove nessuno veniva escluso dall’insieme apostolico.

Una comunità così non esiste più e se bisogna reinventarsela, occorre ridisegnare un progetto di vita comune, i cui parametri sono totalmente diversi e dove il prete ha preso il sopravvento, fino a fare tutt’altro che il proprio specifico servizio. Oppure l’aumentato numero di preti ha spostato l’asse della fraternità, tanto da cercare spazi apostolici altrove.

Un secondo rilievo è di carattere squisitamente umano: l’essere orfani e diventare religiosi. Penso che quella dell’orfananza riscattata con la consacrazione religiosa sia uno dei passaggi formidabili scaturiti dal cuore del Fondatore. Senza esaltare più di tanto questo drammatico segno nella vita di una persona, certamente la solitudine radicata nel cuore di un ragazzo ha scalfito profondamente la prospettiva di futuro. Il ‘rifugiarsi’ dentro una famiglia religiosa non è stato solo un fatto compensativo e di sicurezza, ma ha tracciato anche i passaggi di crescita, di scelta e di maturazione umano-spirituale di una persona.

Il miracolo di tanti Fratelli sta in questo tramutare i sentimenti e affetti mancati, in amore alla Congregazione e di sentirla famiglia propria, un bene profondo da coltivare e da diffondere. Non è da meravigliarsi che la preghiera, in questi religiosi, predomini nella loro esistenza: posso pensare che nella preghiera si riversasse il meglio della persona, in quanto si integravano fraternità e operosità, interiorità e spiritualità apostolica. Quella solitudine esistenziale che non poteva essere guarita, veniva in realtà degnamente sostituita con la preghiera, la vita fraterna, il lavoro professionale e il servizio alla comunità.

Uno dei segni straordinari che posso ricordare è che non si percepisse alcuna differenza: tutti si sentivano parte di un bene comune ed ognuno dava il massimo di sé. Tutti servivano a qualcosa e nessuno si sentiva escluso dall’impegno comunitario.

Quando è cominciata a manifestarsi l’arroganza della cultura, della professionalità raffinata, si sono registrate le prime avvisaglie di frantumazione dei valori. Il confronto con il Fratello più semplice, o che non aveva potuto studiare, diventava inconscia rivalsa, scalini di differenziazione di ruoli, pentolini distanti dal ‘comune caldaio’. L’inferiorità e i complessi derivanti producevano, allora, una nuova solitudine: l’emarginazione o la rivendicazione. La comunità si allontanava dalla semplicità dello spirito di famiglia.

Il fatto positivo, almeno in una lettura esemplificativa, è che il semplice, come il nostro Ambrogio, non percepiva forme di umiliazione o di malattie depressive a causa del sentirsi inferiore. C’è ben altra ricchezza che brilla in lui, e non sono certamente i titoli di studio.

Ma vorrei tornare al sorriso di Ambrogio, alla sua semplicità e spirito di servizio, umile e prezioso, qualità per cui veniva ricercato e amato. 

Non mi nascondo che queste caratteristiche danno il fianco ad altre valutazioni, tra cui il rischio di considerare un fratello così, un ‘materasso della comunità’, quindi oggetto dello scherzo e della presa in giro altrui, … ma il semplice ha il grande dono di prendere le cose con allegria, di non dare spazio alla eccessiva permalosità, tanto meno conservare rancore ed offesa.

Il semplice, insomma, spiazza le categorie della formalizzazione e dei ritmi codificati dai ruoli comunitari e di chi vive di immagine.

Il semplice è un povero di spirito, quindi libero; e il sorriso è la risposta più disarmante che uno possa ricevere da chi si attende ordine e precisione, programmazione e obiettivi da verificare.

Il vero segreto di Ambrogio, come di tanti altri fratelli di qualche generazione fa, è l’assimilazione dello spirito della Congregazione, delle sue caratteristiche di relazioni strette, di rapporti familiari, di rispetto ossequioso e obbediente del Superiore maggiore e locale, visto e sentito nella sua autentica autorevolezza e paternità.

Ambrogio fa memoria del senso della comunità dai sapori di una fraternità autentica: chi lo ha mai sentito parlare male di un altro? Chi di noi ricorda un suo pensiero negativo o distruttivo? Chi di noi non ha avuto uno scambio gioioso e allegro? Chi di noi non ha alleggerito il suo peso interiore contagiato dal sorriso a 360 gradi, anche quando i suoi denti non rispecchiavano l’eleganza della schiavitù odierna? Chi di noi non si è permesso di scherzare, di prenderlo in giro e di raccogliere da lui una reazione di offesa o una musoneria? Chi di noi non ha raccontato suoi fatti e gesti, battute, per ridere insieme in fraternità?

Di fratel Ambrogio ricordiamo brevi e ripetute frasi, a volte in latino, battute consumate dal tempo, devozioni masticate nell’ordinario, gesti consueti e scontati, ma genuini nel loro esplicitarsi e manifestarsi, tanto da considerare ogni cosa servizio fraterno.

Non vi erano solo il servire la messa ai tanti sacerdoti e correre ad accontentare le richieste del Superiore di turno o del Confratello burlone, ma Ambrogio aveva consapevolezza che la vita, una volta impregnata di sacro, donata a Dio e alla Vergine Immacolata, è un ‘unico pensiero’, un ‘totale affidamento’ a Dio.

E’ ancora la lezione del povero di spirito, del semplice, del fratello che ha tutto da dare e nulla da chiedere, pronto a fare qualunque cosa.

Il Signore lo ha premiato, donandogli lunga vita. In questa sua esistenza ha svolto con dignità e passione il donarsi in Congregazione. Stava allo scherzo, ma sapeva anche reagire di fronte alla prepotenza, alla maleducazione, all’umiliazione non meritata. Le parole volgari o scurrili erano lontano dalla sua bocca e dal cuore.

Il suo ricordo è nella bocca di tanti, e in modo particolare di alti prelati o di persone che hanno fatto carriera o hanno raggiunto livelli di importanza nel mondo ecclesiale. In certi momenti la Congregazione era filtrata da Ambrogio: era quello più conosciuto, più dei fratelli dottori o di altri titolati.

E godeva di ciò: in fondo era la sua rivincita di semplice, di chi ha il cuore puro e sul quale non ha sovrapposto incrostazioni inutili, superbie o atteggiamenti di rivalsa verso gli altri.

E’ morto semplice, con la preghiera sulle labbra, il rosario tra le mani, e il Tributo dell’Immacolata consunto.

Erano altri tempi e, forse, non è giusto fare paragoni, ma a volte vorrei sentire più forte, più gridato questo amore per la Congregazione, non certo con le parole, ma con il quotidiano martirio dell’attaccamento alla famiglia religiosa, ai suoi valori e nobili ideali, alla testimonianza del classico ‘quanto è bello e gioioso stare insieme come fratelli’!

Padre Aleandro Paritanti

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Ultimo aggiornamento: 20-02-12