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EUGENIO ORCIANI
Inizia giovanissimo, a 9 anni, a frequentare assiduamente la bottega di un lontano parente del padre, pittore di scene di genere. Iscrittosi al Liceo Artistico di Palermo, riesce a conciliare lo studio con altre due attività: la frequenza dell'annessa Scuola di Mosaico, ed il lavoro pomeridiano e serale presso lo studio di un noto restauratore d'arte (dipinti, affreschi, ecc.). Diplomatosi nel 1968, abbina all'attività di restauratore il rapporto di collaborazione con una avviata impresa operante nel campo della pubblicità. Dal 1975 ha posto la propria residenza a Palazzolo Acreide, splendida cittadina barocca in provincia di Siracusa.
*** Tante sono le mostre collettive e personali che hanno accompagnato il periodo "palermitano" di Orciani, così come ancora più numerose risultano essere le manifestazioni artistiche che hanno costellato, e sempre più continuano, la ormai definitiva appartenenza "siracusana" del pittore. Tra le più recenti ricordiamo la mostra tenuta presso la Cripta del Collegio a Siracusa, curata dal noto critico d'arte prof. Francesco Gallo. Da qualche anno, infine, Orciani collabora strettamente con la Galleria d'Arte "Paolo Nanni", tra le più conosciute di Bologna.
DICONO DI LUI
Osservo i lavori di Orciani. E ne sono a mia volta osservata. Monica Miretti
Eugenio Orciani fa vivere la sua pittura in una pratica dell'essenzialità, che è vissuta come semplificazione fantasmatica, come correzione di ogni intemperanza e debordazione, seguendo una regola matematica quasi aurea, del rigore architettonico dell'immagine. Si inscrive di diritto nella linea che parte da Gnoli, per arrivare a Samari, attraversando momenti diversi di maggiore o minore apparizione della figura, ma sempre rispettando una linea estetica invalicabile nel rapporto segno, disegno, colore. Eugenio Orciani costruisce le sue opere con genio sapienziale, associando gli impulsi reattivi dell'attualità, con le stratificazioni pesanti della storia, intesa come susseguirsi di stili e stilemi, che anche quando sono negati continuano il loro percorso carsico, sotterraneo, invisibile. Da ciò nasce un'alternarsi di presenze e assenze, che sono raffinate apparizioni ed evocazioni, quanto forti affermazioni di gusto. Un modo di comportarsi con il dilagante "mondo" del virtuale, che è sempre più invadente e determinante, nell'essere leggerezza e pesantezza, impalpabile realtà incorporea che si confronta col ferro e l'acciaio del nostro senso comune. Un senso sempre più frastornato dalla perdita d'identità, dalla crisi, dalla disseminazione, eppure capace di trovare un confronto con l'immagine, come ineliminabile corporeità del racconto fabulistico, che esce dal nuovo specchio (che è lo spettacolo, la convenzione, l'eresia) dilatato, di strutture sempre più miniaturizzate, dell'essere vagheggiato da Kundera e Calvino. Uno specchio che comprende ormai tutto, nell'ambizione dell'ultra e del plus, confortato dalle teorie ormai bubble gum della relatività, dell'antimateria, del cyber, del non fermarsi mai. Orciani oppone un suo modo dell'essere immobile, del guardare con distacco, intavolando, con le ore del tempo e con le misure dello spazio, una laica e mistica conversazione sulla tela. Francesco Gallo
Così di Eugenio ORCIANI, consideriamo le mitiche rappresentazioni di un reale oltre il reale stesso. Squarci del presente raggelati in atmosfere sospese con tagli di oggetti del quotidiano tecnologico alla GNOLI. Accorti primi piani mutuati dal linguaggio cinematografico. Il parabrezza di un auto, il paraurti in avanti nel tagliato di una vespa, quasi visti attraverso una lente che tutto ingrandisce e rende diafano, al contempo, nel puntiglioso puntualizzare per punti del procedere pittorico. Parti del quotidiano tecnologico solo vivificato per contrasto dallo statico apparire cromatico di una mela rossa, ora in rapporto di misura, ancora integra, ora in rapporto abnorme, appena sbucciata nella connotazione di un paesaggio domestico. Un sereno quietarsi dello sguardo nell'indagine del reale circostante dopo un gridare di ferri composti in forme frammiste su piano di ruggine. Un lento e duro costruire dell'habitat dell'uomo qui presente in immagini appena apparenti. Una denuncia quasi del mondo tecnologico che schiaccia l'uomo integrandolo al sistema, in questo rientrare nella materia ferro. Un perdersi nelle atmosfere di nebbia suddescritte, dove unico riferimento resta la mela, l'oggetto più vivo atto a rappresentare la necessaria salvezza dell'uomo nel ritorno alla NATURA espresso negli ultimissimi lavori. Per ricominciare il percorso, a trascendere dal Divino all'umano, dall'Eden della mela, oggetto del desiderio trasgressivo, al costruire, o ricostruire, un possibile universo in cui le risorse creative della cultura, vivano finalmente in armoniosa sintonia con l'impetuosa tumultuosità della natura. Massimo Distefano |
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